LA PITTURA ITALIANA DI PAESAGGIO
| come cambia la critica d’arte divenendo transmediterranea e transoceanica
I. La pittura in Italia nasce
in un certo senso paradossalmente come plastica nell’omaggio – è lì che ottiene la sua completa
sacralizzazione al bello. Sono gli affreschi della casa di Livia di Prima
Porta, amante e moglie di Augusto, ad essere tradotti nell’Ara Pacis. Mentre è l’universale
nella civis, il costituzionale nella polis, a costellare le funzioni di
astanza/istanza del muro di cinta, è testimonio del soccorso e della
perdita, del conflitto e della pace tenuta. Nel Loricato di Augusto già simbolicamente emerge il paesaggio simbolico più che
sociale, naturalistico e
cosmologico, più che
anagrafico, retorico e poetico,
più che investimento sulla forza,
del figliol prodigo, che incarna la presa della sua propria identità come furore divino, torcia illuminata
sul prospect – la via maestra. La pace di Augusto,
l’Ara Pacis rappresenta anche il primo segno oltre le differenze che abbia
costituito patrimonio ideale in una Europa fatta di rapporti diplomatici,
accampamenti, dialoghi, sottomissioni, azzeramento di pulsioni distruttive.
Quella cornice paesistica che rappresenta la barriera alla violenza, è floreale,
già fitta presenza di usignoli,
campale ristoro.
Metodologicamente la storia dell’arte
ci dice che il paesaggio nasce con la trasposizione delle bucoliche virgiliane,
mentre con l’Eneide scaturisce un primo tentativo di superamento, di
acquisizione del bello, di ricerca del volto e del soggetto inscritto nel
paesaggio. Ne scaturisce il dissidio tra origini etrusco – romane e la ripresa
di un confronto tra linguaggi retorici e possibilisti diversi. Storia per Roma eguale a concezione pragmatica, dei
fatti costituiti davanti all’evidenza del racconto; storia come presenza
necessaria, quella che ravvisa nella propria aurea concezione di sè una origine metastorica indecifrabile
quanto mitica. Romolo e Remo e la lupa, orfani ritrovati da un lato e
trasposizione eurasiatica l’altra che non ritroveranno che con la crisi del
Rinascimento, grazie alle prime divergenze sulle vie delle indie. Con il senno
del poi. La progressione politica tocca forse in modo definitivo la generazione
di pittori che cercando nell’invenzione una strategia capace di superare
l’antagonismo, crea il quadro di invenzione e torna alla ‘scena’ classica, di
prima maniera Ellenica, aristotelica, per dire ciò che riguarda universalmente il bello
ma presentire il conflitto o rappresentarlo così com’è nel quadro scultoreo di Lisippo. Ora
soggetto prodromico, incorniciato tra presenza e alterità, staccato dalla
matrice continua, appare discontinuo e discreto elemento di originaria astanza:
il muro su cui testimonia l’invenzione, l’oggetto arte da cui prende
spunto, il commiato forse da una storia pretesa unitaria e contemporaneamente
trasforme, in paganesimo e cristianesimo, risulta evocazione di invenzioni e
ricerche di continuità, non servile o dogmatica linearità di un unico punto di vista. Forse, con
la plastica, si rimedia alle contraddizioni spassionate, pensando che con le
colonne Adrianea e Aureliana, la circolarità del
vaso, della forma, della statua in vista di una sorta di olòs, sono raggiunte –
l’assolutismo dell’oggetto ha in fondo una sorta di rappresentazione tensiva,
di pure sommations ineditamente costellative – in
avancorpo - che non sapevamo rappresentare che da dentro l’assioma storico
culturale e poi semmai nelle ragioni più caute
dell’enunciazione epistemica: storia dell’arte come autentica e indissolubile
sperimentazione del punto di vista. Sconfitta la soggettività riemerge come in una altalena
l’oggetto bersaglio. In questa tensione, l’osservazione naturale sembra centri
poco: l’osservare d’intorno, attraverso, da sopra, da sotto mentre il
superamento della staticità sembrava
rappresentare invece una visione cosmologica più ampia. Quasi a guardare nella
filigrana scenari che tornano ad essere paesaggi antropici, ‘culle’ dell’umanità,
perché non potranno perderne la
misura, il braccio della città celeste
nella grazia della sua rappresentazione polarizzata, sotto distanza è subito
baluardo di condivisioni minori e marginali. Sorta di prodromia necessaria a
vedere le cose da ogni lato che rappresentano il culmine del Positivismo
prodromico nel Cubismo oserei dire ‘storico’, piuttosto che solo sintetico,
tuttavia omologicamente necessario, dove non c’è modo di sfidare logicamente il quadro
di invenzione che nelle sue categorie spaziose ed interne, inserendovi una
frammentazione del punto di vista e della temporalità, altrimenti prosciugate.
Il giudizio storico non sembra mai
poter giungere a negazioni quanto a posizioni di fluttuazione iconica negative
e positive mettendole in luce: sembrano distogliere i casi attraverso
equidistanze completamente avulse dal reale. Un ritorno dubbio alla monoliticità della rappresentazione dove l’interno
non è concepito come soggetto dell’esterno
oggettivo, su cui agisce il confronto tetico o paritetico dell’intersoggettività,
ma come altro. Così come l’arco
trionfale cerca le sue forme
soggettive e indefinite di lettura basso-alto e alto basso, sfuggendo a
costrizioni prospettiche univoche (in epigrafe) già in epoca romana – ribadisce l’uso
dell’imperio del senso sopra la magnitudine della forza. Regola per cui
le guerre di conquista dell’epoca di Marco Aurelio sono viste come peccato da ricusare: ma è di
nuovo presenza. Accusa di
ritorno di un linguaggio severo epurabile solo con un suo proprio: l’angelo
della pioggia. Negazione dell’identità, violenza postuma al fallimento,
vendetta, sono ricacciate come Teseo nel labirinto contro il Minotauro ancora
in vesti ‘lunatiche’ in piena rinascenza nazarena. L’arco (assioma della
connessione) che riquadra il paesaggio della civis, del linguaggio degli
affetti, rinasce nella analogia quadra, con Giovanni Bellini nell’Incoronazione
della Vergine – unico saggio intimistico della pittura rinascimentale - la cui
matrice storica è senza dubbio fantastica e retorica
insieme. In quel suo essere fantastica, diviene già iperealistica e iperpaesistica, se mi concedete l’analogia. Denuncia
il fato? Si immerge in categorie di predestinazione? Giammai. La passione
concreta che caratterizza il passo della cultura Rinascimentale è senza
dubbio cosmologica ma teneramente naturale e fondata, inferenzialmente: se così fosse stato, allora… E contro la parte distruttiva fascista e neoimperialista una nuova forma di resistenza - quasi di ritorno al paesaggio bucolico, alla coltivazione. L’arco parigino della Defense, La Grand Arche, somma e sdoppia
le categorie - ritaglia un paesaggio che si costituisce come impossibile, come
immaginifico, dal momento che standovi al di sotto la propria minuta corrispondenza di sensi diventa punto universale di infinite
condivisioni – si parla un linguaggio del senso che non ha barriere
comunicative che si apre su tutti i fronti – una speranza e audacia
inquietante, se vogliamo, ma capace di recuperare l’idea di una zattera di
equilibri su cui navigano tutte la cartografie esistenziali.
Per tornare agli antefatti: il paesaggio storico culturale di
questi luoghi non è di meno riconducibile all’identità paleocristiana, di quanto non lo siano
le riforme urbanistiche che riguardano la città celeste romana dal XIV secolo, allo
storicismo del romanzo storico. Una rinascenza vivida che in modo formale e informale
ha portato il sensibile in luce e ne ha connotato il presente prima di
abbattere soglie di tradizionale positivismo, sfuggendo a cospicue dimensioni
di determinismo cieco: la storia si rinnova, cerca le sue fughe, è contraddittoriamente
posta nel suo nascere, sofferenza e disillusione, alterità, sembrano costrutti
interamente proiettivi di un certo modo di rappresentare la ricerca del bello e
dell’utile. Il Romanticismo cui dobbiamo il senso dell’unitarietà ha già in nuce ogni contraddizione e tensione
che porta in sé necessità di detensioni – distensioni irriconoscibili ad una
immagine oggettuale dell’assoluto e quindi del bello univocamente posto.
Quando guardiamo le rinascenze dal punto di vista degli insegnamenti
classici francesi, questa bruttezza, questa ricerca dell’ombra, questa
rinnovata speranza nella sua sublimazione sono già presenti. Compito dell’arte (per
citare l’Angelus di
Benjamin!) è trasporre, tradurne forma ed
equilibrio, alla ricerca già di
una sorta di evoluzione umana e sociale implicita nel compito dell’umanista.
Storicamente dopo l’acquisizione della Divina Commedia dantesca, spariscono all’improvviso le
grottesche di primo imperio – l’orrore e la maschera ad uso retorico, potranno
‘apparire’ solo con la concrezione barocca più consapevole e poi sublime romantica
come relazione autobiografica e epurazione del crimine. Per un po’ certo
sparisce anche un certo teatro, ma non la sua voce, la letteratura né la sua rappresentazione, la pittura o
la sua vocazione cosmologica, intrinseca alla scultura e forse anche
all’architettura, così come non
sparisce il disegno, finché non
ne viene ricusata o denunciato il rischio di assoggettazione: non tanto il
corpo quanto l’insieme pittorico delle sue espressioni - il quadro di fiori,
l’oggetto tra gli altri, lo/la still
life, sostituiscono interamente corpi potenzialmente diversi del soggetto neutro. Altri autori,
come nell’Odalisca di
Ingres, dissentono a favore del difforme umano (come farà anche Picasso nei periodi blu e rosa),
dove ancora non si capisce se si tratta di una parodia di scuola colpita dalla
segregazione con due assemblati o, autenticamente, di una scelta di concedere
al disegno, e polemicamente, lo studio di una bellezza altra. Strada percorsa
poi in stile taccuina sanitatis dal francese – svizzero di adozione
Theodore Géricault in chiave già positivistica,
mentre il compagno reduce della Legione Francese torna con taccuini etnografici
alimentando la corrente curiosa e forse aperta all’esotico. Una ricerca
sul paesaggio come puro e
impuro, come polemica aspra attorno a categorie profonde dell’etnografia
sembra aver toccato anche la pittura colta o diremmo extracolta, usando un
termine di Mukarovsky, di Hayez, facendo un ennesimo passo indietro sulle
retroguardie di alcune ibridazioni tutte italiane e di tradizione culturale:
forse di padre francese, tale la sua sensibilità postclassica cui non sfuggiva in alcun
modo il senso della scena ‘dentro’ la storia. Scavo archeologico umanistico,
paesaggio culturale e di segni profondi come segni architettonici. Il concetto
di ‘salute’, ritrovato da Palladio, per Hayez èideografema,
senso della verità storica, una
direzione di ricerca che non potrà essere
abbandonata in nessuna delle sue regressioni indefinite nella storia (ricordando
una frase di Thomas S. Eliot detta nel Novecento più critico e manifestatamene attento alle
riserve culturali). Non porgendo il fianco alla questione sul volto, semmai ad
una Apollonia ritiratasi nell’addentellato della testimonianza, Hayez incarna il
tema problematico del valore. Nelle sue pose di senatori tutta la tragedia
dell’umanità si fa scorta: la
giustizia deve essere ricoperta del solo mantello della sua impertinente
imparzialità.
Questo tema, di una città di segni che poi è paesaggio,
almeno da Raffaello, toccato dal disinteresse e dallo storico modo di
presentare il battesimo al di fuori degli interessi di club, e società, è uno
degli aspetti inconfondibili della crisi prospettica già brunelleschiana che vorrebbe
accogliere sotto il punto di vista, come un faro, tutto il paesaggio, ma è costretto
a ritirarsi in una camera platonica posta come simbolica raffigurazione del
segno. La possibilità tramite il
quadro di invenzione di estendere la lettura temporale su ogni lato della cornice è cipiglio
di un paladino del Gran Tour (in pieno Illuminismo razionalista e
teorico-descrittivo delle ombre) rinnovato come appuntamento romano ma forse
molto più esteso di così:
Jacques-Louis David che nel pieno delle riforme capitali dell’ultimo Settecento
sa di avere con sè strumenti
potenti per cogliere la storia dal punto di vista fenomenologico e positivista,
già in piena corsa verso una
cristianità ben oltre il raggio
d’azione costiero dell’Europa, transoceanica e transmediterranea. Una pasta sfoglia
corretta da un alo disfunzionale, apparentemente, da un lapsus iconico che non
credo riusciremo a cogliere più nell’opera
d’arte che fino proprio a quel decennio unitario che ha caratterizzato il senso
razionale e irrazionale insieme di un Paese: basti vedere come si auto censura
Boldini nella Belle Epoque. Non si tratta dell’errore o della malevola
cristallizzazione del male, della sovrainterpretazione intenzionale o dello
‘sporco altro’ che si vuole ricacciare altrove – che categoricamente rimetteva isole
di umanità in altri luoghi,
schiavitù azzerate come a Tahiti.
Si tratta di una censura che ha una costellazione di possibilismi descrittivi
(le sindromi ombra): dal timore di dire il vero, di apparire, di sfregiare, di
ridurre l’immagine, di desacralizzarsi, di corrompere a quello di essere colti
nel testimoniare, nel sentire l’emergenza del senso, nel rigettare un’ideologia
assolutista, nell’osteggiare inopinatamente una ideologia nascente che corrompe
l’accesso alla giustizia.
Cercando una via ‘lucida’ il paesaggio
nasce nella preistoria solo come oggetto condiviso, sacralizzazione in rare
espressioni totalmente autonome prive di soggetto. Si parla di autonomia del paesaggio solo a partire dall’Ottocento con le
prime opere di intento veristico naturalistico – motivate per altro da varie
fughe da ideologie rappresentative del soggetto più o meno esplicite e coercitive. Il
paesaggio quindi di per sé segna
la via di una ricerca fenomenologia estranea a configurazioni tetiche dettate
da questo o quel punto di vista e per la prima volta riesce a configurarsi come sperimentale senza avocarsi che il gesto pittorico,
plastico-scenotecnico, liberi dal concetto di scena fissa, mediante un
intimistica vocazione universale, tendente ad esprimere in maniera distintiva
un’identità da riscoprire. Non a
caso studiamo sin dalle scuole medie Mondrian come il capofila di una fenomeno
di Astrazione che pur parte dal paesaggio, anche se ad una vista più profonda, forse è ancora alla finestra euclidea che restituisce l’equilibrio delle
funzioni cromatiche e dei pesi atmosferici. Per trovare un paesaggio non
euclideo occorre tornare all’Informale e ben dice Roberto Pasini circa i
paesaggi nordici capaci di una visione immersiva
e a tutto tondo, quelli dove il sole può essere
sempre sole e la notte sempre notte, capaci di vedere il paesaggio senza
soggetto con una visione profonda, cercando nel mito e nella storia il
linguaggio per rappresentare – ed è ancora, criticamente guida, il Cours
di Merleau Ponty. Scopo credo fenomenologico, quello di Ottani Cavina cui
dobbiamo un testo prodromico e di ricerca attorno al ton gris, alle prime
riflessioni pseudoscientifiche sulla luce e sulla lenticolarità del tono, alla linea di contorno degli
artisti del gran tour,
sino all’idea di macchia da registrare come fenomenologia dello
sguardo importata interamente da Leonardo – per quanto riflessa condizione
economica di un certo depauperamento della società. Così riflettendo
capitoliamo in alcune delle analogie più amare
sulla questione del genere: condizioni sociali e politiche quelle di attualizzare
un imago storica cerulea – uno jus imaginus al cristianesimo, attualizzato nelle
sue forme di appello al toponimo; conflitto ideologico o distorsione di ricerca
che non spiegano ancora la stratificazione dei soggetti apodittica quanto
problematica del quadro di battaglia, preteso quadro di storia, mentre riflette
la filosofia dell’inevitabile.
Ora sempre ricordando una vicina e meno appariscente quanto incredibile summa
potenzialmente indefinita delle tipologie museografiche (meraviglia, cabinet,
etnografia, storico-scientifico, poetiche – come itinerari ideali), passa dal paesaggio
romantico protonaturalistico alla Montagna (incantata) senza cesure di presenza
– assenza di soggettività o oggettività,
persino con la ripresa della Poesia Visiva (concreta o lettrista) piuttosto che
della Performance documentata con la video arte (si veda un noto saggio di
Renato Barilli). Montagna che rappresenta l’apice dissolto da enigmi di parte,
ricerca esplorativa. Ne abbiamo restituito un saggio su facebook, per denotare
una ricerca non semplice di avocazioni ad una giustizia anche del caso singolo,
sempre più rara e consumata dalle
identità di club, che ora si
ritirano dal compito, ora lo rifuggono, ora lo accolgono in modo apparentemente
equilibrato, ora con dispetto – in una logica dell’inazione – ora...
potenzialmente autoavocatesi con l’ideale porcellum della ragione del debole o
della classica vittima sacrificale appreso dallo statuto autonomo del Trentino
Alto Adige e originariamente veneto, e ora rimescolato in modo, se non
sardonicamente e satiricamente, doloso contro se stesso, più spesso che di rado con impossibilità di appello: e lascio questa ultima
crasi ideologica, conflittuale a chi abbia il coraggio di decifrarne il lato
angosciante e paesaggistico umano. Ma a guardar bene stiamo dimenticando
l’orizzonte, quello intravisto da Nord sul Lago di Garda come fosse una marina,
quello autentico delle ricerche cui intitoliamo l’impressione: che una storia
sia possibile solo trasponendo i confini che guidano le nostre azioni politiche
ed estetiche.
II. La pittura si è confrontata
per secoli con una certa assiduità, con il termine paese, tanto che oggi, persino
il Ministero dell’Ambiente, ne avverte i limiti, se pensiamo alle diverse
concezioni della sua tutela – in Francia e in Grecia sotto cure particolari
come l’agricoltura, o quasi a dire, tutto ciò che genera un significato. In questo modo l’arte, l’architettura
della Magna Grecia, il bel paese, diventano tutte forme a contraint pubblica. In Italia? Riconoscere a
Galla Placidia, al suo mausoleo un’identità di
natura e cultura, pone un confronto pacato tra l’umiltà della sua struttura esterna e il suo
ricchissimo quanto diretto linguaggio musivo? C’è qualcosa nel Bene del Paesaggio che
sembra non negoziabile sotto molti aspetti che l’Italia fa primeggiare
nonostante la crisi di identità cui
incorre abbastanza in modo cronologico: il suo noto buon gusto troppo spesso
decade a favore di chi detiene l’oggetto, non il concetto, che altrove viene
definito privilegio e che spesso è
ostentazione di forza dietro uno sportello qualsiasi verso la persona che
chiede anche la più semplice
informazione. Un mondo che aveva scenari diversi: le discariche, l’abbandono,
l’architettura abusiva controllata, la svendita, la valorizzazione d’emergenza
e persino il tradimento (‘qui si vende per non distruggere’), qualche presidio
lasciato dalle comunità statunitensi,
qualche oculatezza nel ripristinare l’obiettivo ‘ambiente-buongusto’ e già c’è chi
vorrebbe tornare ad una Italia dell’ingannevolezza specultiva in cui sei tu che
devi conoscere la legge, ‘loro’, e persino lo Stato, possono anche fregarti e
forse è esattamente così. Quel ‘loro’ che gli
psicologi amano percepire come dissoluta affermazione del soggetto inquisito
che gli sta di fronte e che ‘immagina’ mostri. Trattavamo segni come nella
prodromia del Circo Massimo, ora anche su facebook, ma nonostante ciò l’oggetto che fa gola, che tira
denaro, vale di più di una
scommessa culturale e ne va il principio di equilibrio, democraticità,
interesse umano che caratterizza, di nuovo la presenza della letteratura sulla
scena della costruzione sociale della realtà della
polis. Ci si chiedeva come mai respinto il nazismo torni pesante lo
sfruttamento del più debole:
quando c’è crisi vengono
licenziati dissidenti, opinionisti, gay, disabili non inabili, meticci, con
categorie numeriche 66 si riesce a declassare tutto.
Contro corrente, l’occasione del
cinquecento cinquantenario, permette di tornare a parlare di un Paesaggio di
segni, in cui il segno è l’uomo,
condizione indiscutibile - Charles S. Peirce – da cui si presume che quello che
fa a sè, lo faccia alla sua storia. L’assioma della maturità umana torna a diventare il sensibile:
i quaranta anni, diceva un bassorilievo romano, per cui sarai pronto per il
Senato. La mia impressione è che a questa età, la sordità e la cecità facciano i conti con equilibri
sensibili più profondi del mero
brusio della forma: scaturiscono invenzioni, sapori, nostalgie senza limite di
direzione e sviluppo. Rileggo Foscolo e non oso che sentire il respiro delle
sue manifestazioni di rammarico per non aver consegnato forse una cultura più elevata al Paese perché infine ha osato dire la parola
‘satirico’ in un testo poetico all’Italia (per fortuna la satira è depenalizzata
ora, quando è combattimento di galli) e non senza
acume di assiduo calcolo Monti lo pugnala alla schiena facendo espirare la sua
cattedra inventata forse di letteratura italo greca o di una presunta mitologia
dei quanti ellenistica… Fatto sta che perso l’uno, in un certo senso l’altro
diventa sporco, inutile catafalco che rappresenta una tradizione non vivida,
non eroica e nemmeno tragica, solo una zuppa riscaldata, in cui Foscolo si
imbatte idiosincraticamente per apologia di se stesso e delle sue giuste
radici. In ogni separazione si impone la scelta di come ci si incontra quando
si decide di riprovare la scena – quella unicità scenica – che dovrebbe essere
destinata a lasciar emergere le emozioni più profonde
e naturali – se sentiamo la barriera cristallizzata della menzogna, il divorzio è assicurato,
ma se non c’è e il nostro cuore funziona abbastanza e ricordiamo quello che profondamente
siamo chiamati a vivere, quella barriera artificiale sarà ideologicamente l’istanza di un
fallimento, di un morto inutile, alla Edgar Alan Poe, che solo un fasto eroico,
una specie di “miracolo” può recuperare
alla vita normale. Per vincere questa cordata di “artisti”, sembra, può solo sorvegliare e sorvegliarsi –
dovrebbe riconoscere che un Paese non è solo fatto dalla somma degli individui
che lo compongono ma dal senso di umanità che
questi potrebbero essere in grado di elevare a forma etica e poetica
distinguendosi anche quando la loro gavetta è ancora sulla tacca minima del punto di
partenza. Facendo un esempio loquace, quanti testi trovate con su la vera
storia de Lo spinario – o sulla varietà delle interpretazioni contra pastiche piuttosto che contra gentiles idealmente? c’è qualcuno che descrive quel fanciullino come astrazione ideale di una
liberazione? Il timore che sia la causa dell’ennesima rotta eternamente ritornista non è stato minimamente fugato sebbene sia
colto il timore di un tentativo estremo di fagocitazione retorica delle
divisioni antiche del Nord Africa. Retoricamente una zuppa riscaldata è questo,
la ripetizione disanimata ed esangue di qualunque forma di verità – anche nelle sue ritorsioni
pseudoretoriche che sanno solo di inflazione programmata contro la civiltà;
fino al suo condimento eccessivo, all’estremo, dell’ideologia più astorica che si prende un lembo del
mantello di cui è rivestita la storia, proprio come
accadde a Carducci, ma per finire per anteporre il club, l’ideologia politica
alla storia letteraria o alla verità stessa,
o al bisogno di grazia che esprime un popolo, se tale, quando occorre che il
paesaggio sia indefinitamente trasformato nella parodia del regno – e citato
Carducci non si sfugge quanto a verifica delle divisioni: paladino cristiano e
regale sovrano della poesia e letteratura italiana. L’arte, la poesia, la
musica, l’architettura, il cinema aggiungiamo fedelmente alla scorta profetica
dantesca del bassorilievo, diceva Vasari ne Le
Vite e ne ritrovate traccia sul frontone dell’EUR di un ideografema sintetico, quale modo per esprimere
questo paesaggio di segni sulla soglia contraddittoria e
sofferta della riflessione unitaria.
Per questo una galleria moderna, che si pensa
tale per affiliazione alle avanguardie ma che non può che essere contemporanea, per quanto
varia di livelli e di competenze, può solo
tentare di darne saggio, anche per restituire polemicamente o al contrario
poeticamente le sue ‘cure’, oppure con una fedeltà più istintiva
che calcolata, o al contrario, con un calcolo poetico che veste la trama del
suo discorso delle più remote
conquiste plastiche e retoriche del bello e del sublime, non accentrando in un
solo quadro teorico e poetico quell’esperienza cruciale come su un altare, che
significa dolore, ma anche piacere del bello e volgendosi alla stessa umanità che tenta di liberare dal giogo
oppressivo di una demagogia, per rispetto del vero. Qualcuno prenda posizione
con la sua cornice ideale di racconto – possibilista e imperfetto dell’aoristo:
si stagli un corridoio di poca forma che chiede solo l’antagonismo del gusto,
l’obiettivo dolce-aspro del senso critico, costruisce il proprio exit nella
fuga e prepari qualcosa che vichianamente speriamo sia una specie di sviluppo
per ricordarci che ogni verità camuffata è una
prigione permanente per chi la subisce.
L’arte
può sembrare diletto ed
estraniazione: può ben concedersi
il difetto di visibilità dell’arte
per pochi, per sembrare, ma al contrario di molte altre forme di espressione,
può manifestare semplicemente con
la presenza e con l’astanza, o con l’essenzialità del discorso, rispettando la propria
natura polemica e il limite dell’interpretazione di una situazione estraneamente
condivisa tutta da rileggere.
Tania
L. Gobbett | 14.1o.2o11 Rovereto
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