lunedì 11 giugno 2012

I canto del Purgatorio | Dante Alighieri_come un poema virgiliano di prima porta


Dante Alighieri
DIVINA COMMEDIA, LIBRO II, "IL PURGATORIO": I canti I, III, V, VI, XXI

Commento liberamente tratto da Anna Maria Chiavacci Leonardi (Meridiani, Mondatori) - alcune considerazioni a partire dalle Lezioni Americane di Italo Calvino – la visibilità.
di tania letizia gobbett ©

I.     La spiaggia del Purgatorio o antipurgatorio
Comincia la seconda parte ovvero la cantica de la Commedia di Dante Alighieri di Firenze, ne la quale si purgano i commessi peccati e vizi de’ quali l’uomo è confesso e pentuto con animo di soddisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beate genti.

Personaggi: Dante e Virgilio

Per correr migliori acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;            3
e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.                    6
Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïope alquanto surga,                       9
seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.             12
Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,        15
a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’aveva contristati li occhi e ‘l petto.  18
Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.       21
I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.      24
Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!             27
Com’io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l’altro polo,
là onde ‘l Carro già era sparito,                  30
vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.    33
Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli somigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.         36
Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ‘l vedea come ‘l sol fosse levante.      39
«Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la prigione etterna?»,
diss’el, movendo quelle oneste piume.      42
«Chi v’ha guidati, o chi vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?            45
Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?»        48
Lo duca mio allor mi dié di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio.            51
Poscia rispose lui: «Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.       54
Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’ è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.  57
Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.          60
Si com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non li era altra via
che questa per la quale i’ mi sono messo.  63
Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.                 66
Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducendo a vederti e udirti.                    69
Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è si cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.            72
Tu ‘l sai ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.      75
Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove li occhi casti           78
di Marzia tua, che ‘n vista ancora ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.    81
Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni».       84
«Marzïa piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,
«che quante grazie volse da me, fei.            87
Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.           90
Ma se donna del ciel ti move e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richiegge.            93
Va dunque, e fa che costui ricinge
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sudiciume quindi stinghe;         96
ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso.              99
Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ‘l molle limo:        102
null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.    105
Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mostrerà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita».         108
Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.           111
El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi».       114
L’alba vinceva l’ra mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.              117
Noi andam per lo solingo piano
com’om che torna  la perduta strada,
che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.        120
Quando noi fummo là ‘ve la rugiada
Pugna col sole, per essere in parte
Deve, ad orezza, poco si dirada,               123
Ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ‘l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,           126
porsi ver’ lui le guance lacrimose;
ivi mi fece tutto discoperto
quel color che l’inferno mi nascose.         129
Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.      132
Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! Ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque
subitamente là onde l’avelse.            136

1-3 La navicella è la rappresentazione dell’impegno di Dante che volge ad affrettarsi a prendere coscienza del viaggio ultraterreno e per far ciò necessità del proprio ingegno per intraprendere il viaggio nel Purgatorio (acque migliori) e nell’Inferno (mare crudele).

7-12 La poesia, intesa anche come ‘lettera morta’ è quella rivolta ai dannati che non possono rispondere – perciò come secondo il vangelo – risorga – per poter essere letta - la metafora che lega Calïope: musa dell’epica ed ora per esteso della scrittura e della calligrafia forse, tanto che poi ‘gazze’ diventano ‘becchi’, forse ritorti e sbeccati nella forma ‘bassa’ che sta per le Piche) il canto alle muse nel riferimento alto alla sacra scrittura, la metafora sarebbe ben formata – tale che il verso incita al destarsi del senso epico che solo può suscitare il perdono, se non fosse che le Piche vennero trasformate in gazze per aver sfidato le Muse nel canto, e così devono pentirsi amaramente.

13-18 Dolce: gesti, suoni, atti dell’animo (quasi parlasse dell’acqua che diluisce l’inchiostro e sopra alludesse alla scrittura stessa come faceva Cavalcanti – ora non certo gli strumenti in sé, ma l’acqua) A. Chiavacci in effetti parla dei lapidari – l’azzurro chiaro era uso esser definito color dell’acqua, o potremmo dire anche ‘ceruleo’ come per i greci: quel grigio azzurro tipico – e così far riferimento all’ignoranza ancora presente in chi apprende – tant’è che si invoca il perdono per ciò che dicono. Metafora: ‘parole incise sulla pietra in eterno’ (di Jesù che chiede il perdono per i soldati che lo insultano). Varrebbe la pena di sostare sull’enunciato: puro infino al primo giro che starebbe per assurgere – come nella tradizione scolastica di Jesù che grazie alla sua virtù trascende l’orizzonte (di nuovo ‘aoristo’ il cui termine nel mezzo è l’ora - qui). Tale che risuonano i versi (17) come riferimento all’oscurità dell’Inferno – l’aura morta – è anche incolore, sanza tempo tinta. È espressione pleonastica: senza ritmo, senza vita era ciò che lo precedeva – quasi ‘ricapitolazione’ – come non servisse dir altro, di quando questi erano in vita.

|17-21 L’intento pedagogico di Dante è certo, così della differenza tra immagine e visione, è tale da esser sentito come un intento profondo: l’insight, l’introspezione, non potrebbe essere più marcatamente reso come del ‘proprio’ – solo la cura di sé, può superare il danno all’immagine, ora del tutto esteriore, inflitto dalle circostanze. Nei versi successivi – il pensiero concreto di Dante ripiega sulle sue armi: le quattro stelle sono quelle del Carro e questo volge oltre l’orizzonte, quasi a dire che ogni cosa, anche la bellezza passa; quindi, ora al centro è la vista in senso lato, e, questa, non dipende che da se stessi, ovvero dalla propria natura intrinseca (quasi un cenno al vedere bene come ad una fortuna e lega il patrimonio dato dalla natura ad aspetto inferiore alla virtù concessa dallo sviluppo del carattere). L’interesse per tale soggetto sfocerà nella sua rappresentazione scientifica più mirabile come astrazione e legge filosofico geometrica, fisica, solo nel Paradiso con il commento sull’ottica nel canto VIII. Si noti che Dante completa la sistematica della visione con il termine sguardo dell’altro su di noi (che potrebbe ben essere quello dei genitori o del maestro, dell’insegnante, come metafora anche questa di Virgilio, guida attraverso Inferno e Purgatorio – di nuovo metafora – esser ciechi di fronte a tali cose – e la sorpresa rispetto ad esse).

17-24 Non è facile la comprensione ma è mirabile la struttura di una semplicità inusitata e, se l’immagine che trasmette è affine all’apocalisse di Michelangelo, I’ mi volsi a man destra, e puosi mente a l’altro polo, la visione desta un significato profetico: quindi fuor ch’a la prima gente lo rende prossimo alla Genesi o alla virtù cardinali ma specialmente lo lega al senso profondo dello spazio che lega la nascita del testo biblico stesso. L’altro riferimento, infatti, si spiega con il Sancta Sanctorum romano – non est è riferimento contrario a Gerusalemme: se Nazareth (più a Ovest) rappresenta la luce - Gerusalemme è come oscurata, resa vedova: fa riferimento all’idea che essa sia come ‘caduta’ nell’oscurità inevitabilmente a causa della crocifissione. L’allusione ai Pesci non potrebbe che essere ai quattro evangelisti – visti profetizzati solo dalla prima gente – il riferimento biblico ai profeti (P : Jesù – Salvatore) e così rimarcato nel termine settentrione, di nuovo vedovo sito.

Il riferimento al tempo come alla bellezza che passano, non può essere più coerentemente legato all’educazione che volge al suo termine come all’oscurità, che deve terminare, ed è allora che sembra vedere Belisario cieco – un vecchio rimasto solo – degno (l’ex soldato romano) e poi Noè come se si potesse collegarlo a Nazareth – al popolo delle origini.

Dal 34-39 l’immagine illustra un ritratto vero e proprio – potrebbe essere la rappresentazione di Noè (si pensi sempre a quella fattane da Michelangelo). Il fatto che tale ritratto come quello di Belisario cieco potrebbe trovarsi qui – è che è collocato ‘temporaneamente’ nella rappresentazione come ‘prima della nascita di Cristo’ – ancorato al testo biblico stesso. Siamo al paragone e alla visione del lutto: muore il padre ed è come non aver avuto un figlio, quasi...

Già siamo al canto funebre ‘movendo quelle oneste piume’ allude a chi sopravissuto al diluvio – si ritrova forse spaesato – memorabile l’interpretazione di Hayez del viaggio di Dante in mezzo alla tempesta del diluvio con Virgilio sulla barca, ora meno di un’Arca, come esempio dell’ambiguità del testo che ci ricolloca dove siamo, nel Purgatorio, dove ogni illusione è riportata al reale: è Caronte che fa scorta ai dannati. Ora ancora non c’è la riva, la spiaggia, bensì ancora una grotta oscura, tenebrosa, notturna dove solo una flebile luce occorre in soccorso ed è quella di Caronte medesimo.

Il ricorso successivo a non badar a quel che vede ma a proseguire – sembra venir da Virgilio – che sostiene lo scoramento di Dante – dicendo che se lui è lì è solo per Beatrice. Non è polemico ma Dante è come se gli chiedesse di dargli una spiegazione, cui segue prontamente.

52-72 è un prodigarsi di spiegazioni – siccome anche Virgilio possa e debba condurre questo viaggio – non di meno di Dante, con una speranza – in ultimo – che sia premiata la libertà.

73-81 Assunto che il verso tende a generalizzare in quanto è l’umana condizione a spingerci a lottare per la libertà, ora è Catone un po’ come Belisario, ad essere investito di un tratto nuovamente umano nel momento stesso che recupera il ricordo della città: Utica. Minosse non può imprigionarne e fissarne del tutto la memoria. Una volta ancora per amore di Marzia e per il suo sguardo casto, il verso assimila la metafora della piega alla preghiera, insomma non per cadere in basso, ma per ascendere con la veste intonsa, senza macchia.

74 Utica – città a nord di Cartagine la testimonianza della città – ricorda ‘utopia’ – il non luogo – una sorta di movimento, di transito ed è questo pare che includa il verso: se Minosse rigidamente custodisce l’Inferno e ne è il guardiano – Catone invece è già fuori da esso e sente già una speranza.

82 Sette sono i livelli del Purgatorio, descritti piani o regni per distinguere le leggi per le quali sono sottoposti i dannati ad una specie di recupero, di viaggio di redenzione e pentimento.

Catone dà le sue 'confessioni': fece di tutto per lei e ora che lei sta oltre il Purgatorio, viva, nulla lo può muovere o disperdere ma se è dal cielo che (v. 91-93) essa ti muove o dirige – non c’è nulla a paragone e basta che Catone le faccia eco per sentirsi guidato.

94-98 Catone deve i due gesti rituali: cingersi dal giunco come segno d’umiltà e cancellare dal suo viso il velo plumbeo dell’Inferno che l’aveva macchiato duramente – così potrà assumersi la porta, la custodia del Purgatorio.

100-108 Catone guida Virgilio e gli indica l’isola (se non erro dei morti) cui i due devono arrivare se vogliono trovare i giunchi. Il giunco è una pianta che fa fronda ed è l’unica a crescervi. Di lì Virgilio potrà trovare il sentiero lievemente in salita.

109- 123 Dante ne coglie il senso e volge lo sguardo a Virgilio per fargli capire che è pronto per questo cammino. Virgilio spiega il tragitto e comincia un racconto a soggetto sotto inteso: Dante vede pensieroso che il cammino è prima vago, sembra persino di tornare indietro, ma all’improvviso incontra una rugiada che al mattino con la prima brezza comincia a diradarsi.

121-129 La sensazione di un luogo incerto è acutissima: la rugiada fa lotta con il sole quasi per restare cristallizzata su tutto ciò che v’è di vivo: Virgilio infatti tocca con le mani l’erba e all’improvviso Dante si commuove per ciò che vede quando pian piano compare il colore nascosto dall’inferno di una notte senza fine. La rugiada è simbolo della grazia divina già nella liturgia romana – questa ricorda l’abbandono del proprio cuore al cospetto divino (cardo mariano) – la rugiada come tutti gli elementi naturali eccezionali si inserisce in un quadro di genere: saranno allora elementi astratti ma nobilitati dalla luce che riflettono ed emanano o diffondono senza carpirne per sé – tale è la restituzione della grazia divina. Le due mani come a ricordare una legge divina, accarezzano proprio quella rugiada che prima nascondeva nell’Inferno ogni colore e ora, all’apparir dell’alba, si dissolve con il calore delle mani di Virgilio che ne da una seppur timida dimostrazione: una sorta di luogo nuovo. Dante crede a quel punto in quell’analogia ricordando istantaneamente ciò che ha dovuto attraversare Catone: se non si fosse lavato il viso con le lacrime, nemmeno Dante avrebbe compreso, infondo, dove si trovava.

133 All’improvviso e infine Dante coglie il fregio, la meraviglia: il giunco rinato si avvolge proprio dove è stato colto e Dante cinto con il giunco dell’umiltà compie il suo primo passo innanzi.

Parentesi: a mio avviso basterebbe guardare bene al mausoleo di Galla Placidia per trovarvi l’esatta trasposizione – successivamente Sandro Botticelli, grande interprete della Divina Commedia nel Magnificat, un tondo, riproduce l’idea del viaggio e della meraviglia cinta dal giunco.










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